martedì 24 maggio 2011

Beautiful like a rainbow

Parliamo di cose serie, per una volta. Parliamo di persone.

Domenica sono stata al gay pride, qui a Torino. Non era il primo pride a cui partecipavo, ma quest'anno è stato un po'diverso, più bello del solito. Sarà che i miei occhi cominciano ad abituarsi a tutto quel colore inaspettato e iniziano a vedere le facce, i sorrisi, gli sguardi. Sarà anche che, per la prima volta, non ero sola ma con degli amici, nuovi e vecchi.

Forse sono io che tendo a vedere tutto troppo nero, ma l'entusiasmo delle mie amiche, entrambe fidanzate con dei ragazzi, quando ho chiesto loro se volevano partecipare mi ha commossa. Forse le cose si possono davvero cambiare.

Non credo sia necessario parlare a lungo della manifestazione in sé, di quello si può leggere sui giornali (cercando bene bene, sulla pagina di Torino, sommerso tra tutte le scemenze che fioccano in questo periodo da parte di quelle persone che teoricamente dovrebbero rappresentarci): quello che vorrei fare è raccontarvi un po'della sensazione che si prova ad esserci dentro, a quella manifestazione.

Quando, a diciotto anni, dissi ai miei genitori che sarei andata al pride a Genova, da sola, mia madre mi rispose che era contraria a questo genere di ostentazioni. Da parte mia non sapevo cosa rispondere, quello sarebbe stato il primo. Ma ora lo so e, anche se con lei non è mai più venuto a galla un discorso del genere, voglio dirlo a voi.

Quando si cresce in provincia, come è successo a me, fa tutto paura all'inizio, ci si sente come se il mondo dovesse imploderci sulla testa e ci si convince che sarà impossibile essere accettati. Ovviamente non è così, ci sono sempre gli amici, i primi amori, persone intelligenti che ti proteggono e che ti vogliono bene. Ma, con gli amici o senza, fa sempre paura essere gli unici a scuola, nella compagnia, nell'associazione... Credo che il bello del pride stia in questo, nel non farti sentire da sola, nel farti capire che c'è tutto un mondo che non vedi e che ti aspetta, magari in una città più grande e più aperta del tuo paesino di provincia. E sì, forse è tutto un po'troppo colorato ed esuberante per chi guarda da dietro le finestre, ma non c'è nulla di sbagliato. Essere sé stessi non è mai sbagliato.

Oggi ho scritto davvero tanto e magari ho lanciato una bomba a voi sporadici lettori del mio blog floreale, ma dovevo farlo. Come mi ha detto un'amica carissima, è la nostra opinione quella che manca.

Quindi vi saluto, vi auguro una felice giornata e spero in qualche commento.

venerdì 20 maggio 2011

Ebbrezza da pagina bianca

Come si descrivono gli odori?

Ho sempre avuto una spiccata memoria olfattiva, una propensione a seguire i profumi, a fidarmi di loro, a ricordarmeli, magari dimenticandomi a cosa erano legati.

Sarà che sono cresciuta in campagna, ma quest'anno mi mancano i profumi della primavera. Per questo oggi mi sento viva, sul balcone di casa mia mentre la brezza tiepida mi porta il profumo forte e inebriante dei gelsomini fioriti giù in cortile.

I gelsomini mi ricordano qualcuno, mi ricordano tazze di tè bollente, i miei sedici anni e la luna di fine primavera. E forse per un po'di tempo mi hanno fatta soffrire, ma non ho mai smesso di amare il loro profumo dolce. Sono il passo prima dell'estate, assieme ai caprifogli.

Oggi mi è stato detto che dovrei allargare i miei orizzonti fotografici, che i fiori sono belli ma che dovrei provare con le persone. Sono davvero così misantropa eh? Forse sì...

Mi ricordo il profumo della pelle, due o tre persone speciali, amici, amori. Mi ricordo le essenze che indossavano anni fa e com'era il loro odore senza di esse. Mi ricordo che una volta, tanto tempo fa, ho incontrato una persona senza odore e ho creduto che fosse lei, perchè se non lo sentivo allora era uguale al mio. Chissà, forse prima o poi mi capiterà di nuovo. Di crederci.

Per ora va bene così. Sono seduta al tavolino che mia madre ha sistemato sul balcone, il vento che mi gonfia la maglietta, e mangio ciliegie raccolte dal nostro albero.

Ho messo in un vasetto due rami di gelsomino. Ma quella dei fiori recisi è decisamente un'altra storia, che devo ancora scrivere.

mercoledì 18 maggio 2011

Bicicletta e rose

Due notti fa non riuscivo a dormire, me ne stavo a letto con la solita musica nelle orecchie aspettando che il sonno arrivasse a mangiarsi l'ansia per l'esame del giorno dopo (sul quale manterrò un dignitoso silenzio stampa fino a quando non usciranno i risultati, a fine settimana). Me ne stavo nel letto con la solita musica e pensavo, principalmente alla musica. Pensavo a come sarebbe felice una storia con una colonna sonora del genere. Sarebbe una storia d'amore con quei colori luminosi che forse ho sciupato nello scrivere della ragazza con il cappello di paglia.

Sarebbe una storia che, pensavo, mi piacerebbe vivere, invece di scriverla.

In una storia dalla colonna sonora così bella ci sarebbero due biciclette e la luce del sole che si riflette sul fiume, ci sarebbero gambe gemelle che si sfiorano, sorrisi sotto gli occhiali da sole e quel senso di immobilità dentro al petto, quasi avessi sotto le costole un palloncino e rischiassi di scoppiarlo ad ogni respiro.

Mia nonna mi ha regalato la sua bicicletta, appena possibile me la porterò qui a Torino e inizierò ad esplorare un po'. Per essere una che non sale su una bici da anni sono sorprendentemente felice.

Fa sorridere quello che scrivo, non è vero? Sembra quasi che io abbia perso la mia vocazione all'eremitismo.

Diciamo che no, sono ancora io, solo io. Ma come si fa a non voler cambiare alla prima primavera dopo aver ricominciato tutto da capo?

La foto di oggi è una delle rose di mia zia, che sabato ho raccolto e sistemato sul mio comodino giù a casa. Aveva un profumo splendido.

giovedì 12 maggio 2011

Avete notato come le foto non centrino mai nulla con quello che scrivo?

Da un po'non mi fermo a pensare a cosa scrivere. Non mi fermo e forse non mi voglio fermare.

Ma arrivano sempre quei momenti nei quali sei più o meno costretta a farlo, un viaggio in treno non previsto questa settimana, una notte quando il raffreddore ti impedisce di addormentarti e ti ritrovi lì a girarti nel letto fino a decidere che forse è meglio rinunciare al sonno e scrivere due o tre paginette sul tuo vecchio diario con le fragole. Lo stesso di anni fa, quando ancora non eri la te stessa di adesso. O forse lo eri un pochino di più, senza tutti questi freni che ti sei legata addosso uscendo dai teen.

Non so voi ma io ho la pessima abitudine di rileggere periodicamente i miei vecchi diari e di ridere di ciò che ho scritto, che sia passato un mese oppure tre anni. Probabilmente è il mio modo per convincermi a non commettere due volte gli stessi errori.

Sono a casa. Ascolto la solita musica a tutto volume e il rosso brillante dei gerani sul balcone spicca un pochino di più ogni secondo che passa contro lo sfondo verde indistinto delle piante del nostro cortile e di quello dei vicini. Dall'altro lato della strada stanno maturando le ciliegie nel cortile della vecchietta che è mancata poche settimane fa.

Questo post pare proprio senza senso, vero? Saranno gli esami che si avvicinano, sarà che non sto proprio bene, ma in questi giorni ho la testa piena di pensieri.

Forse farei meglio a tornare a studiare.

Avevo formulato un pensiero bellissimo ieri sera, un pensiero romantico su finestre, carezze e il suono di un pianoforte, ma non so se mi va di scriverlo, non oggi almeno. Forse quando ce ne sarà un motivo. Se ci sarà.

Maledetta primavera...

martedì 3 maggio 2011


Ho cucito una storia per la ragazza con il cappello di paglia. Forse non è la stessa storia di sempre, forse sono stata anche un po'cattiva con lei. Ma che ci posso fare? Non sempre le persone belle possono fare una bella figura, non nella vita vera. E nemmeno nei miei racconti, che altro non sono se non lo specchio della mia testa un po'contorta.

Oggi mi sento bene, leggera. E' proprio vero che per liberarsi di un'ossessione bisogna mettere l'ultimo punto alla fine dell'ultima frase. E, anche se ieri mi sentivo svuotata e delusa, oggi la vedo allontanarsi e mi sento bene. E forse riuscirò anche a smettere di ascoltare questa musica da giostra che gira troppo veloce.

Mi piacerebbe pubblicarlo anche qui, il mio racconto, tanto per avere un parere, ma non so se posso, devo prima chiedere al caro presidente di Arabica (oh, mannaggia, non ho ancora parlato di Arabica qui! Giuro che lo farò!)

Quando sono arrivata a Torino giovedì mattina ho trovato delle scritte sulle pareti di casa, parti di canzoni, passi di libri. Ho dato il mio piccolo contributo, ma mi piacerebbe avere qualcos'altro da scrivere, quindi ora lo chiedo a voi, sparuti lettori di questo blog: qual è la vostra citazione preferita? Quella frase che vi ripetete nella testa finchè non perde di significato, finchè non vi manca il respiro?

La mia scelta è ricaduta su Baricco (che si riconferma nella top3 degli uomini della mia vita), Novecento ad essere precisi. E oggi vi saluto con questa frase, che mi fa l'occhiolino dal muro alla mia sinistra mentre scrivo:

Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n'è a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? [Alessandro Baricco, Novecento]